L’evoluzione del rapporto debito/PIL: il contributo degli enti locali

Il rapporto debito/PIL in Italia ha raggiunto il 132% ed è il secondo dell’intera Area Euro dopo quello della Grecia. L’elevato stock di debito è uno dei principali ostacoli per la crescita del Paese oltre a rappresentare uno dei più grandi rischi in caso di instabilità politica. Il rilancio degli enti locali potrebbe essere una delle chiavi per ridurre l’ammontare debitorio. Nel 2016 le amministrazioni locali hanno contribuito al raggiungimento del saldo primario nazionale per il 27,5% pur essendo responsabili solo del 4% dei debiti complessivi.

Le variabili che, nel corso degli anni, hanno influenzato il rapporto debito/PIL sono numerose e di varia natura. La crisi economica globale ha messo a nudo le fragilità strutturali del Paese e innescato una spirale recessiva che ha aggravato l’esposizione debitoria nazionale. Un breve analisi sull’evoluzione del debito pubblico negli ultimi anni può essere utile a comprendere quali componenti interne abbiano contribuito in maniera preponderante alla sua composizione. Nel 2007, l’esposizione debitoria italiana ammontava a poco più di 1.650 miliardi di euro (più o meno l’equivalente del PIL) mentre nel 2017 ha raggiunto 2.258 miliardi di euro (il 131,6% del PIL). In 10 anni, quindi, le amministrazioni pubbliche hanno visto aumentare il proprio stock di debito di 653 miliardi (+29%). L’incremento è quasi esclusivamente attribuibile alle amministrazioni centrali: tra il 2007 e il 2017, infatti, il debito delle autorità centrali è cresciuto del 31,11% mentre quello degli enti locali è diminuito del 27,91%.

Se si analizzano i valori in relazione al PIL, si nota che il debito delle Amministrazioni Centrali è cresciuto dal 93% del 2007 al 126% del 2017, mentre quello locale ha ridotto la propria incidenza dal 7% al 5%. Tra gli Enti Locali, sebbene tutte le amministrazioni abbiano ridotto in maniera più o meno importante la loro esposizione, quelle che hanno contribuito in maniera più incisiva alla riduzione del debito sono state le Regioni (-31,1%). Gli enti che continuano a conservare la maggior quota di debito sono invece i comuni (circa 39 miliardi di euro), pur avendo ridotto la propria esposizione debitoria del 17% nell’ultimo decennio.

La riduzione dell’indebitamento è principalmente un effetto dei “vincoli di bilancio” imposti alle Amministrazioni Territoriali. L’impatto dei vincoli normativi sulla capacità di spesa e indebitamento di questi enti si può ravvisare analizzando la variazione nell’accesso alle risorse finanziarie. Tra il 2006 e il 2016 la quota di nuovi mutui accesi dai comuni è passata da 4,2 miliardi di euro a 650 milioni di euro (-84%), mentre per le province si è passati da 806 milioni di euro a 7 milioni di euro (addirittura -99%). Nonostante un taglio della spesa fosse auspicabile, una riduzione così marcata degli investimenti ha reso impossibile, per le amministrazioni, attivare progetti di sviluppo infrastrutturali, che storicamente sono uno degli stimoli principali alla crescita di un Paese.

Analizzando l’andamento degli investimenti fissi lordi effettuati dall’Italia rispetto ai principali partner europei e alla media dell’Unione emerge che, nonostante tutti i Paesi abbiano subito rallentamenti con la crisi economica globale, l’Italia è l’unica in cui gli investimenti pubblici tardano a ripartire.

La necessità di investire per stimolare la crescita deve potersi conciliare con l’entità del debito pubblico e della spesa per interessi. Risulterebbe quindi necessario attuare un programma oculato di investimenti in grado di spingere la crescita economica senza impattare in maniera potenzialmente rischiosa sui conti pubblici.

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